Prefazione di
Salvatore Sicilia

Cammina. Ancora un passo, piano, prima di giungere a porto arduo ed irto di spine: forse il calvario per la gioventù di questo nostro tempo. Lo sguardo non ha reticenze ma è condizionato ad un cerchio entro cui la vita alimenta il palcoscenico umano con visioni che assumono, spesse volte, aspetti drammatici anche se è nella realtà pratica non è tragedia. Noi siamo il dramma del nostro tempo. E da questa simbiosi noi, spettatori ed attori, non ci accorgiamo che il fiume scorre sotto il nostro tallone ed il domani sa veramente amaro. Cammina. Come la generazione esasperata e stanca prima di diventare adulta: gente di paese che respira l'aria calda dei tetti spioventi, antichi, ed ora pieni di polvere, di neve o di sole. È gente di paese che si accontenta di far sfrecciare una micro-fiat per le strade asfaltate, tra grani che si inceneriscono perché la terra ha bisogno di contadini oggi che i contadini non vogliono più la terra e la detestano e la maledicono. Giovani di paese, del mio paese del Sud che trovano il piacere nel sogno fatto di miseria e di nobiltà, ma che, in definitiva, non sanno neanche morire con una candela accesa. Egli, il cantore di ''forse angolo'', al motore ha preferito dipingere un suo mondo interiore in quanto ogni canto, è una favola sofferta appunto perché non trova sfogo l'incontro giovane con l'Altra, con la creatura tutta grazia, tutta femminilità che da noi, nella nostra terra, cerca di sopravvivere tessendo al telaio della nonna, ma nella sostanza, è rimasta sola e non gioco per il dramma presente. E muore senza aver conosciuto l'amore e la morte. Così, silenziosamente se ne passa, al primo mattino, chiusa tra quattro tavole di acero, scuotendo la testa fermata da un velo bianco - segno della sua verginità - e gridando il poema dell'innocenza. Poi, dietro le spalle ancora giovani che tentano l'incontro e che invecchiano ogni giorno che passa, come la terra, come il sogno di vivere. E son nate le ''terze cose'' che hanno racchiuso tormenti e preghiere inascoltate. Dopo "le terze cose'" ancora un canto in una fiaccola di speranza: "forse-angolo" Talete, Pitagora, Euclide con tutta la gamma delle scienze matematiche non hanno a che vedere con le angolazioni liriche che sono la dimostrazione pratica di quanto la poesia possa penetrare intimamente in cuori ingenui e sofferenti nello stesso tempo per effetto di una particolare situazione di pensiero e di vita alla cui base si svolge e si evolve il canto che diventa lamento, spesse volte, lugubre panorama di generazione che soffre, che lavora, ma che sa trovare il tempo per cantare. I canti "forse angolo" sono quadri di una realtà e quindi, non possono non essere visti attraverso una lente che non sia criticamente vicina all'animo in tormento di chi ha trasportato sulla carta la visione del canto stesso. "Forse angolo": perché, non "forse curva?" fare un processo alla intenzione poetica non è il caso in quanto la poesia è come asserisce la nipote di D'Annunzio - può nascere ovunque, sin'anche nelle corti di assise, sul treno, - e noi aggiungiamo -; nella meditazione della solitudine contro la quale sono incollati oggi, i giovani della mia terra. Cammina. Deve camminare ora che ha mosso i primi passi ingenui ma - se corretti - destinati a reggere il contropeso e diventare più spediti, più sicuri. Sono ventuno canti. Nelle "terze cose" ogni canto un lamento, un quadro sofferto, una visione incupita nel dolore. Oggi è altra cosa: l'immagine esprime un palpito e sappiamo che l'autore s'è liberato dall'ombra che l'opprimeva, ha incontrato la vita, s'è fatto uomo, incomincia a carezzare il sogno ingenuo del giorno e percepisce il primo palpito d'amore. Anzi, per la "seconda volta" egli si dice innamorato al punto di soffrire nella gioia di sentirsi vicino ad una creatura alimentata da Dio. Poi si ferma e contempla le stelle, forse dieci, forse cento, in una notte che lo tortura: e proprio quella sera in cui ogni stella riluce per una coppia di innamorati egli è solo perché la sua donna non risponde alla offerta ed il sogno diventa problematica viva ed operante. Anche la superstizione influisce nell'autore specie quando un gatto nero si ferma sul ciglio della strada. E se il gatto sbarrasse la strada? Sarebbe il caos, ma è solo un affanno in quanto il mio cuore / non ha più spazio / il silenzio si rompe proprio nel momento in cui appare il palcoscenico della vita con tanti burattini-ominidi, senza et/à ed in fondo all'angolo della vita questa volta non c'è arlecchino o pulcinella a recitare, ma il destino che incarnato s'è fatto uomo. Poi, un angolo fatto da spalle voltate / della miseria / del cerchio di fuoco / che brucia / le mani di Dio. E cammina ancora. Nella "preghiera" le pagine / son lacrime di pianto / che bruciano gli occhi, ma una realtà esiste ed è fatto compiuto: l'altra febbre. Vedere nella pura linea della immagine soggettiva la distruzione od il tormento della propria terra, in "forse angolo" diventa problema essenziale: aspetto atipico che non consente scusanze. "Innocente amore" è canto veramente innocente che dimostra come il platonismo può trovare convivenza oggi, in un mondo mangiato dalla corruzione dominante: amare senza baciare una donna, senza abbracciare il corpo caldo della carne giovane che freme e che aspetta la distruzione nel gemito e nell'ansito del piacere, è normale. Non basta: ci si pu$ograve amare - illusione o presunzione? - senza ricorrere - in questo tempo di mini-minigonna e di pillole anticoncezionali - a letti morbidi, a sguardi che sfrecciano nelle lontananze per incontrarsi, solo per dirsi qualche cosa, ma restano purezza senza compromessi. Solo garrule risate di. bambini e cavalli a dondolo fatti di nuvole. Il canto si fa più penetrante quando l'autore escogita nel suo "io" un personaggio da circo: il pagliaccio. E si misura nelle vesti del pagliaccio che ha indossato il vestito tra ?" singhiozzi di un cavallo morente". Sofferenza e stato di sovraeccitazione nel contempo, pur di vedersi un "altro" e non l'operaio di tutti i giorni: personaggio con due volti, / con un vestito bicolore / con cento fili d'oro / attorno al collo. Pagliaccio, forse per un'ora, forse per una sera. la ragione? Per dimenticare gli affanni e le sofferenze della vita e vivere nell'altro pianeta dove tutto è gaio e dove la risata anima il tempo. Dopo tutto, anche l'esperienza farsesca non servirà a nulla: neanche pagliaccio fa ridere e la gente lo estranea, lo scaccia, lo accantona all'angolo senza un pizzico di riconoscenza. Innamorarsi e poi restare deluso. La prima "vampata di rossore" per un amore senza concretezza è un fatto che desta nell'Autore, la prima grande incrinatura sul sentiero della lunga e tormentata via crucis. Malgrado tutto, rientra nella normalità, accende - di nuovo ?- la fiaccola e cammina. Questa volta ha un carro pesante da muovere e da spostare "sulla strada di sabbia". E proprio nel corso di questa nuova fatica, egli si accorge che il passo di Lei non ?èeguale al suo, come diversa è la sorte. Cammina "pieno di speranze" ora, che i primi fili bianchi, precocemente, hanno tinto la testa, invecchiato nel lavoro e nel canto. Grave ma non troppo l'accento sul disfacimento terreno delle umane cose: segno, questo, che il tempo s'` maturato, che la candela accesa ha resistito al colpo di vento, che l'arabesco incompreso come una tela astratta imbrattata da tinte "sparate" sulla tela dalla carabina impazzita così come fa l'esistenzialista dei lungo-Senna, hanno contribuito alla formazione più chiara di una sofferenza che non ha sfogo se non nel canto. Bianca la strada ed azzurro e soffice il manto che deve coprire gli occhi del sole se ci si vuole proteggere dal raggio mortale. Respingere l'accusa della gente che ha svuotato il cervello restando "primate" in tempi di conquiste spaziali, è il colpo assestato dall' "io?"che lotta con tutti e con nessuno per sopravvivere . Trovare nel canto la liberazione da incubi e lucubri angoli terreni è la via di uscita impressa nell'uomo dal nostro tempo. Sopravvivere per non essere distrutto dalla mania della persecuzione: questo, nella sostanza, il dramma del giorno ridotto a piccoli quadretti cantati, appiccicati sulla carta per non dimenticare. E di questo cerchio l'angolazione s'è fermata al "vertice" della considerazione ed il mondo stesso non riesce a sapere se l'uomo che lo popola da milioni di anni, è centro o "forse angolo". Noi siamo "centro", ma per il poeta "angolo". Angolo di cielo, di gioia, di sofferenza, di pietra, di sole: angolo di tormento che cerca pace.