prefazione di
Giovanni Polara

Con Pagine fuori testo Alessandro Sicilia ci regala un suo nuovo libro di poesie, che conferma come abbia sempre voglia di scrivere e sempre nuove cose da dirci, anche se ormai dalle sue prime prove sono passati tanti anni. Ma per lui, per la sua incredibile disponibilità, per lo straordinario candore – e non ingenuità! – nei riguardi delle cose del mondo sembra che il tempo non passi, e che a settant’anni e più sia esattamente com’era fra i trenta e i quaranta, quando lo conobbi nella Rende che cominciava a sperimentare l’avventura della discesa a valle, degli insediamenti di Roges, Commenda e Quattromiglia, e magari come sarà stato a venti; e lo stesso è per la sua poesia, che ‘invecchia’ bene, come quel vino che tanto spesso è al centro dei suoi canti. Rimangono sempre le caratteristiche ben note ai lettori che sanno apprezzare i suoi componimenti e attendono periodicamente le nuove raccolte: gli accostamenti inusuali di sostantivi e aggettivi: ‘motore rosso’, ‘parole disinserite’, ‘tempo fittizio’, ‘sigarette fritte’, ‘brindisi omologati’ …; più ancora i sostantivi giustapposti a sorpresa per asindeto, che lasciano interdetti fino alla rassegnazione, ma nell’insieme della lettura trovano, alla fine, la loro ragione di essere, contro e al di là delle fredde e sostanzialmente inutili leggi della semantica: ‘parole miscela’, ‘libri batteri’, ‘sciopero disegno’, ‘il tempo bagaglio’, ‘filosofia produzione’; e ancora le improbabili connessioni tra verbi e sostantivi, che danno vita a nessi inconsueti, e per questo tanto significanti da lasciare una traccia, perfino dolorosa, del percorso che è stato necessario fino alla decifrazione: ‘seppellitemi nella mia tasca’, ‘governare elemosine’, ‘aggiornare la fame’, ‘non ridere in affitto’, ‘spingere parole’. Soprattutto, e in quantità impressionante, sono utilizzati i costrutti con la preposizione ‘di’ per dare vita a immagini fantastiche che evocano più o meno consapevolmente testi e parole di ogni tempo e di ogni regione; qui, più che mai, la scelta sarà di un minimo di casi, e il lettore potrà divertirsi a cercare nelle centinaia e centinaia di ricorrenze echi e allusioni, e poco importa se le intenzioni di Sicilia verranno tradite o scavalcate: il poeta lavora per esercitare negli altri la capacità di immaginare, e – quando è vero poeta – non è mai geloso dell’uso che dei suoi versi potrà essere fatto. Godiamoci perciò ‘la cesta delle anime’, la ‘cenere di vento’, ‘il paragrafo del tempo’, i ‘biglietti di patate bollite’ la ‘cronaca di spine’, ‘il pane della rissa’ e tutto il resto, e lasciamoci andare a questo flusso creativo inarrestabile, che metterebbe in crisi tutti i possibili vocabolari fraseologici della lingua italiana, quanti ne sono stati fatti e quanti se ne potranno mai fare nel tempo. In questo suo modo di procedere Sicilia ha un tratto tutto personale, che lo tiene lontano dalle esuberanze del barocco: lì si pecca per un eccesso di razionalismo, perché la ragione sfida se stessa sui limiti dell’impossibile, e l’agudeza è un segno di ulteriore estensione del suo dominio sull’apparentemente irrazionale, comunque recuperato alle dimensioni del sillogismo; qui si va spesso per accostamenti che sfuggono alle leggi di soggetto e predicato, e la sintassi è un abbellimento lasciato alla libera scelta di chi voglia aggiungerla, ma vivamente sconsigliata come la maionese su una pizza napoletana. Siamo più nella dimensione del Burchiello, del quale però sono stati rotti, con l’aiuto di cinque secoli e più di poesia italiana, gli ultimi vincoli, il sonetto caudato e quindi l’endecasillabo. Questo, e non solo, impedisce a Sicilia di essere costretto nella lista degli imitatori o continuatori; del resto il suo sistema e la sua poetica sono troppo legati alle esperienza personali, alla cultura di una terra tanto diversa dalla Toscana, per essere ridotti a semplice copia o ripresa. Accanto alle forme ci sono infatti anche gli argomenti, perché ogni testo vuole essere significante, e non casuale; e sono sempre temi forti, su cui si discute, che diventano campi di battaglia fra schieramenti ideali. Anche in questo il percorso di Sicilia lo vede coerente, da una raccolta all’altra, sulle posizioni che aveva quarant’anni fa, nel campo della politica nazionale e in quello dei grandi scenari internazionali, con le sue rabbie e le sue certezze, i dolori di una sensibilità ammirevolmente eccessiva e di una fedeltà pronta a sfidare tutti i cambiamenti e tutte le delusioni: si vedano il difficile, tormentato componimento dal significativo titolo di convinzione e più ancora la forte seconda parte, autobiografica, di pezzi di parole, oppure parole sulle ruote, dove proprio le parole sono le eredi della lotta e dei sogni e lo spazio si consuma in un giardino, e immunità, e mirafiori 2011, e pakistan, e la divertentissima politici, cha vale quanto e più di ogni libro sulla casta (“prodotti supermercato / offerta due per uno”), e art 18, in una carrellata che percorre gli anni dalla P2 alla crisi economica mondiale, ma soprattutto nostrana, di questi ultimi anni. Ecco il sud, con “il sale nella tasca” e con la “corona di pezza” come poteva essere in ogni suo passato, ma anche con gli “sportelli di call senter”, scritto così, secondo la fonetica, per far sentire meglio che si tratta di un lavoro a rate per cervelli presi in affitto, in un correre di tempo che brucia come in un falò e si disperde (“il tempo cenere/ cenere di vento”), per cui il mestiere del sud è il mestiere dei sogni e, con un drammatico rovesciamento che segna la crudeltà di una situazione, ma non la rassegnazione ad essa, “i vivi sono ancora morti”, dove, anche grazie a quell’’ancora’, si riesce a mandare in soffitta contemporaneamente l’ovvio tautologico, per cui i vivi sono i vivi, i morti sono i morti e i vivi saranno un giorno morti, e il paradosso taumaturgico per cui i morti possono risorgere e tornare vivi. Ecco le lotte e gli scioperi, oggi “adunata di fantasmi”, perché “il tempo è di carta”, ma basta “aggiornare le pagine /aggiornare la fame” perché si possa sperare nella palingenesi, magari aiutata dalle tecnologie della rete e dalle divulgazioni dei segreti di stato. Ecco, già nella parte iniziale del libro, le elucubrazioni matematiche che hanno dato il titolo a Meno iota, con una “nuova matematica del freddo” che preannuncia la “morte del padre nostro” per una chiesa della questua che rimane “lontano dalla coscienza”; ma anche più avanti c’è l’equazione della speranza, che si apre ponendo nei termini più immediati possibili il problema dei problemi, l’esistenza e il significato del male: “il pane dono di dio / la fame dono di dio”, e – in nome della speranza – si chiude con “progettare il disegno di dio”, che richiama l’uomo alle sue responsabilità perché possa esserci davvero “la pace di betlemme”, e poi un brevissimo epigramma di due soli termini (ma non mancano, altrove, i monoverbi), “zero infinito”, intitolato, per ossimoro, per mezzo di un più lungo – in tutti i sensi – maratona di parole. Così, accanto alle lettere dell’alfabeto (“paura dell’altra lettera / girotondo non si scrive con la g”) e quindi alle parole, anche i numeri sono il tessuto ideale della poesia di Sicilia, perché sono fra gli strumenti e fra le metafore predilette della sua scrittura, anzi, come per gli antichi Greci, le lettere sono numeri e i numeri sono lettere: “consonanti di numeri”. E poi i sogni (“correre con i sogni / correre con le lumache / correre con le lanterne”), che ritornano tante volte per il passato, per il presente e per il futuro; i ricordi e le speranze di amori; le morti dei poveri e gli oppressi, che gridano vendetta a dio; le mosche e le zanzare, tanto metaforiche da sembrare reali – o viceversa? –; i bombardamenti: insomma tutta panoplia che Sicilia ha già usato, ma rinnovata alla luce degli ultimi avvenimenti, per dire sempre qualcosa di nuovo. Il viaggio di Sicilia è infatti andato molto avanti: non ha perso nulla per strada, e ha potuto raccogliere invece molti souvenir, di cui si è arricchito: lo dice lui stesso, tracciando, con una consapevolezza doppiamente significativa in una persona che non ha mai peccato di superbia, la cronaca del suo viaggio, il suo exegi monumentum: “ho percorso la distanza della memoria / la distanza della luce / la distanza dell’infinito / io indosso il cappotto di cechov”; da qui può guardare avanti, molto avanti, fino al suo paradiso, che non può essere altrimenti che così: “in paradiso non scorre il fiume / il sogno di rimpetto / annulla la sete / in paradiso bignè di musica / pasti di note / anime in manette / scorte di filigrana / e mappe di sogni”. A dispetto della sconsolata alzheimer, che non può comunque non essere ricordata per il geniale “l’alzheimer sotto il cappello”, che da solo basta a smentire anche le peggiori previsioni, questo libro ci promette di non essere l’ultimo, perché Sicilia ha ancora tante cose da dirci: c’è da scommettere che, mentre stanno per uscire dalla tipografia queste pagine fuori testo, ha già messo da parte decine di componimenti che sono frutto del lavoro di queste ultime settimane, perché “il sole sogna primavere / una collana di ombre sul mio petto / una collezione di scarponi in cantina / la barba di pinocchio / sogni di ombre / sull’altalena delle parole / in cielo tunnel di zanzare”. C’è qualcuno che abbia mai avuto la geniale intuizione che pinocchio potesse avere una barba, o essere destinato ad averla? E come non cogliere il contrasto fra il sole di primavera e le ombre 2013 che danno il titolo alla poesia? Ma altre ombre e altre luci avranno il 2014, il 2015 e così via, e aspettiamo nuovi versi che ci aiutino a vederle meglio: nessuno storico, nessun opinionista può essere più efficace, e perfino più chiaro, di un poeta, soprattutto quando sembra difficile, e Sicilia sa bene, che per lui è “lontano il traguardo/ancora rosso”.