Prefazione di
Francesco Garritano

La capacità di designare si erge sul silenzio dell’esistente, sulla sua distanza, sulla sua cancellazione. Se questo è il limite del linguaggio, esso è anche la sua risorsa, ciò che lo rende possibile: parlare vuol dire congedarsi dalle cose, fare di esse un non-essere. Il tratto distintivo della comunicazione, persino di quel tipo di comunicazione che simula la sua sparizione per dare la voce a ciò che è ad essa esterno, è per l’appunto l’oblio cui viene consegnato l’esistente, tant’è che nominare la cosa vuol dire far parlare il non-essere della cosa. In altre parole, la comunicazione si fonda sulla negazione, sulla costruzione di un universo privo di rapporto con l’esistente, dal momento che la designazione è la negazione della cosa, sostituita dall’idea. Il discorso è atto di negazione, di distruzione del mondo, sulle cui macerie è costruito un universo ideale, grazie a cui avviene la significazione. Si può anche pensare che la comunicazione sia quell’atto per mezzo del quale ciò che è morto (la realtà oggettuale) ritorna in vita, per la qualcosa essa è un’attività spettrale. Tutto questo può essere formulato in modo più radicale: la realtà discorsiva è popolata da spettri. Quanto diciamo regola la genesi del discorso, sebbene lo stesso si dispieghi e sia efficace, potente a partire dalla più assoluta ignoranza del suo momento inaugurale. Evidenziare che la comunicazione nasce da un gesto segnato dalla negazione è senza dubbio momento di turbamento, dal momento che essa persegue come unico scopo la presenza. D’altra parte, la sindrome evenemenziale da cui il discorso è afflitto lascia supporre che il suo carattere negativo, il suo avere inizio dall’assenza, il non-essere delle cose, affiori. Meraviglia inquietante è la nominazione, dal momento che la parola dà ciò che nomina esclusivamente attraverso il significato, nel senso che l’essere della cosa è unicamente il significato, null’altro: il potere di significare e gli universi che questo apre nascono dalla distruzione dell’esistente, del mondo in cui siamo. Dire che la parola è un atto di nientificazione, di annichilimento dell’esistente, vuol dire affermarne il non-essere, la morte. Di fatto, seguendo la lezione hegeliana, la parola conduce la morte, talché la comunicazione sarebbe una sorta di assassinio protratto nel tempo, differito. Il paradosso della comunicazione è il suo essere gioco mortale, nel senso che essa si dispiega come possibilità creatrice di significazione e di universi a partire dal niente. D’altra parte, il suo fine non consiste nell’attività mimetica, ma nella separazione più netta rispetto all’esistente, al punto che gli straordinari mondi che essa ci offre non sono altro che effetto della sua natura autotelica. Se nell’atto di nominare si stabilisce una contrapposizione fra la parola e la cosa a vantaggio dell’idealità, si tratta allora di restituire alla realtà oggettuale quanto gli spetta. Tutto questo ha luogo mediante il ridimensionamento dell’immagine mentale su cui si regge la comunicazione, ovvero a scapito del senso. Ridimensionare l’idea della cosa vuol dire attribuire una diversa significatività a quanto non è psichico, cioè alla materia, dunque al suono, quanto fa sì che il linguaggio sia cosa. Muta radicalmente il rapporto fra il linguaggio e le cose, poiché queste si sottraggono alla cauzione dell’umana capacità di nominare: esse sono nel mondo, prima che questo sia dell’attività produttrice dell’uomo. Se tale potere si estrinseca in termini di attribuzione alla cosa dell’essere o del non-essere, si tratta, allora, di pensare la cosa fuori da tale presa, di coglierla prima che il mondo si costituisca o scompaia. Ciò che viene attribuito alla poesia è la possibilità di giungere ad una parola che sia potenza dell’impotenza, privata, pertanto, del sua dimensione rivelativa: la parola non rivelerebbe nulla, poiché è passiva, incapace di ordinare, di condurre all’essere secondo la modalità propria della dualità antropomorfica. Essa precederebbe l’affermazione e la negazione, la vita e la morte e si aprirebbe all’esistenza che precede l’essere. Quanto contraddistingue i poeti è il loro interesse per il linguaggio, che li spinge a disinteressarsi del mondo, nel senso che la loro premura non si indirizza verso il mondo, in quanto luogo in cui avviene la costruzione del senso, ma è orientata in direzione della cose e degli esseri, come “se non ci fosse il mondo”. Come si può immediatamente osservare, è la poesia che si fa carico di cogliere l’esistenza prima che giunga all’essere, prima che la stessa sia scissa dall’uomo attraverso la negazione. “L’esistenza senza l’essere” è quella forma di esistenza in cui non ha accesso il pensiero, nell’accezione di pensiero calcolante: evidentemente tale esistenza si staglia prima dell’ontologia e, d’altra parte, parlare di ontologia rimanda tradizionalmente ad interrogarsi sull’essere secondo modalità antropomorfiche, metafisiche. L’esistenza senza essere corrisponde a quello stadio in cui non è possibile mettere in atto alcuna forma di attività ordinatrice, alcuna “produzione”, nel senso che il pensiero non ha accesso al preontologico e quindi non può procedere a misurarlo, a rappresentarlo. Il momento è decisivo, poiché si configura per l’attività umana l’impossibilità. L’esistenza senza essere conduce il pensiero alla passività, gli impedisce di organizzare in forma mimetica e quindi di adoperare la negazione dialetticamente, come appunto avviene con la parola. Se si vuole, si può anche dire che la poesia costringe la parola al silenzio, benché si tratti di cogliere quale parola giunga al mutismo, dal momento che la poesia stessa è parola. È centrale il fatto che nell’esistenza non c’è possibilità di radunare, ordinare, organizzare, poiché gli esistenti sono fra loro senza relazione: non sono in grado di entrare in un rapporto di idealizzazione e sostituzione. Se avesse luogo il rapporto, ciascun esistente avrebbe la capacità di sostituirsi all’altro e quindi di farlo proprio negativamente. La parola non sfugge alla legge dell’assenza di rapporto, poiché essa è in grado di passare solamente a partire dall’assenza del parlante, di chi la tiene: lo svuotamento corrisponde al suo affrancamento dal soggetto, nel senso che l’albero parla se, appunto, non c’è l’uomo a tenere la parola. La scomparsa è essenziale al manifestarsi della parola come “neutro”, nel senso etimologico del termine, come ciò che non appartiene all’essere ed alla negazione. Allorquando si realizza questa sorta di svuotamento purificatore della presenza, la parola è in grado di accedere all’esistenza ed in quanto tale si dà, nel senso che è acqua, sasso, albero, sebbene questo suo donarsi non corrisponda ad un offrirsi da cui scaturisce la proprietà. La parola può abitare l’esistenza se è priva di ogni determinazione ontologica; la sua neutralità consente alla stessa di darsi agli esistenti, custodita, appunto, dal suo essere né uno, né l’altro: Io parola Uomo.