Prefazione di
Giovanni Polara

La ricca vicenda poetica di Alessandro Sicilia, già al suo terzo volume di canti, si delinea in maniera sempre più puntuale. Le rabbie, le speranze, la vita che affollano questo Non c'è posto per meno jota si aprono con una data precisa, un 31 dicembre, inizio e fine dell'anno, ma anche con una dichiarazione di fine del tempo, di avvento dell' "anno senza giorni", quello in cui si accumulano i post ? e l'esistenza sembra fatta di ricordi: si rivedano i versi finali di Posto di lavoro, drammatici fino ad essere eccessivi, e significativi di stati d'animo che rischiano di andare verso quell'immaginario negativo che Sicilia, con il suo meno jota, vuole esorcizzare. E la raccolta è tutta una battaglia contro questa tentazione, forte, abbagliante, tanto più seducente quanto più il poeta è legato a questa dura terra del sud, e ne vede e ne soffre le sconfitte, che sono sue; ma guai a farsi vincere, anche se la stanchezza è tanta, anche se non si è più giovani, e ci si vorrebbe fermare - almeno un momento - a ripensare quello che è stato, alle illusioni passate: "Itinerari di meno jota popolati di ladri/ con case e tegole tonde/ corsie di ospedali affollati con letti per terra./ I miei capelli non sono bianchi/ i miei capelli sono sporchi di farina/ e il vento solo il vento potrà cancellare il bianco". Qui, nella poesia che dà il titolo al libro, è anche la chiave per capire le intenzioni e la proposta di Sicilia; e allora, alla luce di questo, un colore diverso acquistano le tante descrizioni, eleganti, quasi calligrafiche, tanto da sembrare irrecuperabili nella loro staticità, e venate invece ancora e sempre di un'ipotesi di movimento, anche se penoso, difficile, forse addirittura assurdo, ma necessario come l'ottimismo della volontà. è per questo che le "ragazze stanche" dei Versi dalla finestra "vanno come una volta/ ancora alla fontana", e non per un lirico recupero di oleografie di un passato riproposto; è per questo che la paura, il termine dominante di una trinità che non si saprebbe dire se più disgraziata o malefica, e che comprende come altri demoni sud e morte, deve essere solo Stasera, ma "domani non più", come dice l'ultimo verso dell'allucinato Io vendo la morte. Anche gli anni, l'esperienza dovranno aiutare in questo sforzo: "Non spolverare i miei capelli/ non è polvere sono pensieri" dicono, con evidente ripresa del tema conclusivo degli Itinerari di meno jota, i due versi iniziali di Polvere; e questa saggezza antica si rinforza nell'amore-ricordo della propria identità, da "le memorie delle cose/ le memorie delle favole/ i sapori del maiale/ i dialetti della terra" di Assemblea fino ai toni oraziani - ma non compiaciutamente allusivi - di un "come è bello bere un bicchiere di vino roso", fino alla proposta di identificazione di Io sono una cosa, con quella Parantoro deserta nella notte che è solo una piccola frazione di Montalto Uffugo, ma Sicilia non ce lo dice, e lascia là quel nome pieno di misticismo e capace di caricarsi di tutta la storia di una Calabria greca e latina, magari per più assurde paretimologie. Un poeta naìf? Un frutto del sempre fertile stra-paese, mediato dalle delusioni del ritorno al privato? Un grido di rivolta non ripensato, contro la propria infelicità e quella, non casuale, di tanti, di tutta una terra? Ma la tecnica del verso è troppo scaltrita, troppo eleganti le riprese anaforiche come "cicatrici nel mio cuore/ cicatrici di olio santo/ cicatrici ancora fresche di sangue" di Fine d'anno, con l'andamento a litania che trasforma la monodia in canto corale, oppure "a sud morti di fame/ a sud grida di paura/ a sud la vendetta" di Convegno di gabbiani, che richiamano un'altra terzina, in Versi dalla finestra, che si apre con "più a sud". E forse anche la "terra" di Sicilia non è solo il sud, la Calabria, Rende: ci sono quei tetti di legno di Zakopane che, nonostante le "barriere di neve/ barriere di ghiaccio/ barriere di sogni", somigliano troppo a quelli di Parantoro perché lo scenario non ne risulti smisuratamente allargato, e più ricca e completa la metafora del teatro con le sue ragazze bionde. Poeta, Sicilia sviluppa un discorso organico, politico, coraggioso fino alla disperazione, che gli consente perfino di giocare talvolta con il lettore, e di tendergli qualche trabocchetto. Bisogna perciò leggerlo con estrema attenzione, e sempre consapevoli della sua "forte tensione civile per non fraintendere componimenti difficili come Tela, o lo stesso Posto di lavoro, nei quali il lettore frettoloso potrebbe attribuire all'autore le posizioni contro cui egli invece polemizza, e che combatte: guai a non capire il penultimo verso di Tela, "l'ho appesa io a nome del sindacato...", con quel pronome che marca una partecipazione, un'assunzione di ruolo che è l'esatto contrario del "chiamarsi fuori" di quelli che Sicilia chiamerebbe i fautori di meno iota! Non è insomma, una poesia facile, o che possa essere letta a tempo perso: ogni parola è pesata, e pesa; ogni verso è in contributo ad una causa; ma è da queste certezze e soprattutto dall'insopprimibile voglia di fare che portano con sé, che bisognerà ripartire per risanare i guasti di questi anni terribili, le devastazioni a cui Sicilia non si vuole rassegnare. E c'è da sperare che insieme con lui saremo tanti, ringranziandolo per questa voce di speranza, pronti a fare la nostra parte per quello che possiamo e sappiamo; anche sulla poesia - o soprattutto sulla poeia? - si potrà allora contare: dopo questo, aspettiamo perciò con interesse e rispetto un nuovo libro, quello che ci dirà che non c'è più il nemico meno iota, e che possiamo riprendere il nostro cammino.