Prefazione di
Giovanni Polara

Alessandro Sicilia ci ha regalato un nuovo libro di poesie, dopo un intervallo ragionevolmente lungo e ben impegnato nel ripensamento su quanto fin qui ha fatto e scritto. Intanto sono arrivati anche i meritati riconoscimenti ai suoi meriti letterari, sotto forma di segnalazioni e premi, pubblicazioni di testi in prestigiosi periodici, partecipazioni a grandi eventi culturali: insomma la sua dimensione quantomeno nazionale non può più essere messa in dubbio, e fa piacere rilevare come, sia pure con un certo ritardo, il mondo della cultura -a differenza di tanti altri -riesce a far quadrare abbastanza bene i conti , dando ad ognuno più o meno quello che gli spetta per le sue capacità e la sua tenacia. A questo punto il problema che viene immediato alla mente del lettore è se il mondo di Sicilia sia cambiato, se siano cambiate le sue tecniche e in che modo, e quanto in questi cambiamenti vada di pari passo con la nuova risonanza e notorietà assunta dai suoi testi, con le nuove responsabilità che gli toccano. E dunque come prima cosa una parola per tranquillizzare chi tema di non trovare più il poeta degli altri libri, capace di portare ad esperienza generale le abitudini e i pensieri di una specifica, sanguigna realtà, di trovare nelle inesauste correnti della cultura popolare le forme e i contenuti di un messaggio leggibile, con efficacia, a centinaia e migliaia di chilometri di distanza dal luogo in cui fu scritto e da cui trasse la propria ispirazione. Alessandro Sicilia non tradisce le nostre aspettative, non ci tradisce, e non solo in componimenti come Palcoscenico, Didascalie di ombre, La storia dell'anima o il bellissimo Centro Storico (del 1998), che rinviano direttamente ai temi delle precedenti raccolte, con lo spessore della politica e delle sue delusioni, con l'evocazione allegorica dello spazio in cui si consumano le esistenze degli uomini, con l'inavvertito scorrere del tempo sui corpi, per cui ci si trova a somigliare sempre di più ai padri e ai nonni, fra quei mobili, su quelle strade, con quei gesti, pronunciando quelle parole, mai rinnovate eppure mai consumate, forse perché mai pienamente usate. Alessandro non ci tradisce anche in quello che sembra più nuovo e peculiare di questo libro: il tema del Medio Oriente, così attuale e angosciante in questi giorni, è lo sviluppo di quelle "riflessioni di viaggio?" a cui ci aveva abituati - fossero i tetti di Zakopane o i territori degli indiani d'America - che non possono stavolta prescindere dalle sofferenze e dai drammi che tutti conosciamo e che sono pressoché insopportabili per una sensibilità forte come la sua . La Monterey passa ai margini delle isole greche, forse l'Atlantide della fantasia platonica, ma la visione di Gerusalemme non si ferma al 2000 dei Mosaici e di Via recinto, ma si estende all'lntifada ("matematica di dio", dice il poeta di Non c'è posto per meno iota), ed al dio di Diario Lontano e Santità del 2001, comunque prima dell'esplosione di questi ultimi mesi, a conferma delle capacità profetiche di ogni vero poeta. E per quanto riguarda la forma, ancora gli accostamenti coraggiosi, che ti richiedono tempo e attenzione per capire come non siano affatto.-banali provocazioni, ma vere e proprie rivelazioni di verità luminosissime, che solo i nostri pensieri quotidiani ci costringono a non vedére: "lo isolatore di serie / dilettante del gioco di corto circuito ... / dilettante del gioco di dio ... / aggiungere acqua nel mare / distillare il sale dalla parola / isolatore senza ferie "d'agosto / massacrato dal verso della canzone / isolatore di serie dilettante del numero verde" è un canto in cui molti si possono riconoscere, e tanti avrebbero voluto essere loro a pensare che "le moschee sono ancora rosse / quando i sogni non muoiono", o "fittasi dio / pubblicità", "seppellitemi perché non sono morto", "se muoio telefono / perdonate dio", "gli occhiali vanno a messa". Anche le presenze femminili non sono una novità, con la levità che sanno sempre avere nelle poesie, con il loro essere corpi del canto, versi fatti visione. C'è sempre Marzia, ancora la Marzia americana, con i capelli tra la polvere ed il cielo del west, e c'è Alessandra, Tu una donna, "donna zanzara pungente del sillabario ... / zanzara dal veleno dolce / non donna non signora", così strettamente legata all'alfabeto, quell'alfabeto che non sa scrivere, come è ben noto ad ogni affezionato lettore di Sicilia, che è difficile leggere Per respirare ancora senza immaginare che sia sempre lei la protagonista anche di quest'altra poesia, e accanto a lei sua variante collettiva del Quartiere due (e anche "poesia di zigomi"?). Queste conferme, che sono care al lettore per quel bisogno di conforto e assicurazioni che accompagna ogni avventura di consumo della poesia, non concludono però l'esperienza del libro. Già non sarebbe poco avere un' altra raccolta ricca delle idee, delle sensazioni, della forza immateriale di quelle che l'hanno preceduta; ma qui c'è quel tanto di nuovo che ci garantisce che Sicilia continua a leggere ed interpretare il mondo per spiegarcelo con i suoi percorsi irrazionali e perciò verissimi. Ci sono le verità nuove, che si sono imposte negli ultimi tempi, con internet e la globalizzazione, ma ci sono anche le novità di metodo, di scrittura: i singoli pezzi si sono in qualche modo essiccati, resi più essenziali, c'è perfino un testo di un solo verso, il difficile Assisi 2002 della sezione Luoghi, che ricorda la durezza di vecchi testi sul sindacato di Lama. Si sarebbe tentati di dire che Sicilia è passato, sta passando, dalla lirica all'epigramma, per divenire un Flaiano meno vissuto e rassegnato, immune alle agudezas di via Veneto, consapevole dì poter rappresentare quel vento che ha saputo salvare il sud dalla morte (La storia dell'anima) spazzando via i teoremi marciti (Cose di parole); ma sarebbe una lettura tutta tecnica del fenomeno, e perciò riduttiva, mentre ci troviamo dinanzi a qualcosa di più ricco e di più importante, che merita di essere letto alla luce del tempo e dei tempi del poeta. Sicilia è come il vino, grande protagonista della vita, come simbolo e come allegoria, e grande protagonista della sua società e della sua poesia. Come il vino sente il passare del tempo, e quando non è buono non lo regge, si svuota, viene meno, scompare; quando è buono si fa invece più ricco, più essenziale, più forte: basta un sorso là dove prima ce ne voleva un bicchiere. Trapianto di parole non è una botte nuova, ma la botte vecchia che il poeta aveva tenuto da parte dentro di sé, e che ora ci apre perché i commensali possano dire come alle nozze di Cana "Tutti, da principio, somministrano il vino migliore, e quando han già bevuto molto danno il meno buono; tu invece hai serbato il migliore fino ad ora". Si legga, con la devozione che è necessaria, parabole, una poesia dell'anno giubilare, che si apre con un programmatico "Le parole sono chiese", ma poi riesce a chiamare in causa la rivoluzione e i tacchi a spillo, l'avventura e la marmellata, il vangelo e il corriere dello sport e si chiude con un verso potente ed ambiguo come "forza papa", che lascia a tutti la possibilità di connotarlo secondo la via di Damasco (e di Gerusalemme) o quella di Arcore. Che altro Sicilia può tenere nascosto nelle sue cantine? E sarà un vino ancora più amaro e forte, come richiedono i tempi, o sarà dolce, come quello che ai tempi di Omero si otteneva mescolandolo al miele di api, perché il poeta èsempre capace dì sorprendere, andando per strade che gli uomini non vedono finché non è lui a mostrarle?