Prefazione di
Giovanni Polara

Ormai Alessandro Sicilia è un poeta di notorietà affermata a livello nazionale, e per alcuni aspetti, anche al di fuori del nostro paese. Così capita a chi, per gli straordinari incontri e incroci del caso, riesce ad impersonare un tempo, una situazione, e a cogliere pensieri diffusi dando ad essi forme che ne spostano la generale condivisione su un piano di straordinarietà non tanto linguistica quanto di generale presentazione: scarnificando il ragionamento, se ne enfatizzano le capacità provocatorie, e l'ovvio - lo scontato - diviene imprevedibile, apparentemente illogico, che consente di guardare con occhi nuovi a ci?ò che si dice e si ascolta senza prestargli più attenzione. La riqualificazione dell'esperienza quotidiana è passata nella letteratura con istanze e finalità poetiche diversissime: la scuola della satira di Orazio ha prodotto testi di raffinatissima elaborazione, che nascondono sotto l'apparente semplicità, sotto l'andamento da favoletta o da discorso quotidiano, un lavoro di ricerca che in alcuni casi - si pensi al Giusti - possiamo fortunatamente ricostruire nei faticatissimi manoscritti irti di varianti d'autore, di ripensamenti, di correzioni che non investono solo questa o quella parola, ma a volte l'intero andamento del discorso; il tardo medioevo, al contrario, ha prodotto una sorta di "poesia popolare" (quella, per intendersi, a cui si ispira innovativamente molto del discorso spettacolare di Fo), con professionisti del registro basso che si sono fatti un obbligo dell'avvertita esigenza di dare dignità alle cose della società di cui si sentivano interpreti, mescolando genialmente segmenti di registri sublimi o semplicemente eruditi alle stranezze del vicolo e dei suoi possibili sostituti, a partire dalla bottega di barbiere che fece nascere i sonetti e gli altri componimenti del Burchiello. Ma forse anche più complicato è capire come si crea la mescolanza di poetiche e di esperienze di cui sono intrecciati i suoi libri: sarebbe una ricerca non facile, che forse mai sarà fatta, quella di vedere come le tante sperimentazioni di questi ultimi cinquant'anni (ma si può, come sempre da un secolo in qua, risalire fino al Futurismo, o meglio ai Futurismi) siano arrivate fino a lui. Forse si tratta di notazioni inutili, ma fa una certa impressione considerare la "casualità" in nome della quale Sicilia scrive "acquarello" invece di "acquerello", che oggi è la forma più diffusa: ebbene, il grande Tommaseo scriveva che "Il vinello sarebbe da dire sempre Acquerello, la pittura Acquarello, acciocchè il suono stesso dia la distinzione, e coll'ambiguità tolgansi le varietà superflue, delle quali la nostra lingua sovrabbonda, e fa dire di tanti essere Acquerello". Sicilia e il suo vino rosso, in quest'ultimo libro e in tutti i precedenti, sono ben altro che acquerello, o mezzo vino, una "bevanda fatta d'acqua messa in su le vinaccie, cavatone prima il vino"; e come per la coincidenza col Tommaseo, così per i rapporti fra Sicilia e le avanguardie tutto il contesto farebbe pensare ad un incontro impossibile. Il luogo, il tempo, le circostanze personali dell'esistenza non testimoniano, a prima vista, a favore: chi Sicilia ha potuto conoscere nella sua Rende, a quali movimenti - poetici, si intende - ha potuto partecipare, in quali librerie, caffè o fumosi salotti ha potuto perdere utilmente il suo tempo, fino a maturare odi e passioni che ogni onesto poeta più o meno maledetto deve coltivare per convincerne in primo luogo se stesso e poi i suoi lettori? Con quali teorici della letteratura lo metteva in contatto il mestiere con cui si guadagnava onestamente da vivere, mestiere "impoetico" ma bellissimo se praticato con la sua passione di conoscere il mondo, che per essere tanto vero quanto intero non richiede le misure delle migliaia e migliaia di chilometri quadrati, ma può chiudersi in un fazzoletto di terra su cui passa la vita di qualche centinaio di persone? Eppure a scavare più a fondo, vengono fuori curiosità di scuola e di scuole, dalla capacità fantastica di una città che si stava scoprendo e provava l'orgoglio della sua identità (ciao Sandrino: un caro saluto, dopo tanti anni, a te e a tuo padre; avrei voluto saper scrivere io quella pagina di "Ho nascosto la paura ...", ma la poesia è dono e maledizione degli dei, e contro la loro volontà nessuna fatica può darcela) a una provincia in cui, sotto traccia, il dopoguerra, fra politica e cultura, aveva rilanciato le curiosità che ne avevano fatto fra Quattro e Cinquecento un'Atene del sud, con incredibili fioriture di giornali e fogli, di circoli e gruppi letterari e di spettacolo, con le loro splendide reciproche antipatie e invidie che da sempre sono la sostanza di dispute che rendono innocente il narcisismo, geniale la stupidità, quando è quella dell'Idiota esemplare, candido e consigliabile, purché non banale, il peccato: ma s?ì, recuperiamo anche qui una parola che questa fine d'anno ha reso di nuovo di moda: sia chiaro però che, a differenza di quanto ha potuto decidere le sorti di Strasburgo e Bruxelles, fra i sette ci interessano soprattutto superbia, invidia, ira, accidia, e magari avarizia e gola. Alessandro Sicilia nel contesto della cultura rendese e cosentina di fine Novecento e dell'inizio di questo secolo sarà, però, oggetto di qualche tesi di laurea, non ad Arcavacata o non solo lì, quando saranno altri a poter leggere che cosa si penserà di questi tempi e di queste persone; qui noi vediamo il nuovo capitolo di un'esperienza che segna progressivamente cambiamenti e continuità, nella piccola e nella grande misura, con un'identificazione di vicino e lontano che non è la passiva globalizzazione del consumatore di informazione ma la partecipe curiosità e umanità di chi vede sempre dello stesso colore il sangue, che sia versato dalla 'ndrangheta o dalle bombe, di chi coltiva i sogni del passato consolandosi col pensiero che in fondo già allora erano sogni, e perciò tanto più veri e duraturi del reale, di chi può mettersi in primo piano senza paura di essere arrogante, perché è pronto a prendere su di sé tutte le colpe del mondo e a sacrificarsi esponendosi senza più nessuna difesa al giudizio per ottenere la generale purificazione dell'indagato e degli inquisitori. Col passare degli anni, come spesso accade, le misure si asciugano e diventano così anche più efficaci: la sezione Io residente dello zero si apre con una poesia che ha per titolo Mascherato e consta di un solo verso, "Adesso sono io", perfetta condensazione delle tantissime pagine che si sono scritte su personaggi più o meno in cerca d'autore e su maschere più o meno nude, e poche pagine più avanti, verso la fine di Una bottiglia irachena, risponde Parole a pugno chiuso, che consta addirittura di una sola parola, e che parola: "Compagno". Sembra che Sicilia risponda a se stesso, anche nella simmetrica specularità delle dimensioni di titolo e testo: in Mascherato diceva di aver trovato e indossato la sua identità e qui ci spiega quale essa è, quella di un "compagno", e chi abbia letto i suoi testi sa bene che cosa tutto questo significhi per lui e per la dimensione di sogno in cui vive e si consuma tanto della sua scrittura. Se gli amici e i sempre più numerosi estimatori sapranno coltivarlo e usarlo senza caricarlo di compiti che non sono suoi, se la sua benedetta follia si conserverà negli anni, e i capelli sempre più bianchi sapranno accrescerne l'autorevolezza senza alterarne significati e funzioni, se quelli e quelle che hanno o hanno avuto coincidenze e discussioni con lui continueranno ad accordargli nel difficile momento della buona sorte l'indulgenza che gli hanno espresso quando su lui non incombevano gli attuali pericoli dell'ufficialità e dell'inglobamento che disinnesca e mortifica, soprattutto se Sicilia continuerà a volerci bene con rabbia, e ad aver voglia di dirci con i suoi contorti percorsi quello che, senza saperlo, anche noi pensiamo, il prossimo libro - anzi i prossimi - saranno altrettanti appuntamenti da attendere con curiosità, per un dialogo che continua nella cronaca e nella storia, per pochi spiccioli di rivelazione che perfino in tempi come questi valgono tanto più del capitale (del Capitale? Lasciamo stare: sono giochi che si può permettere il poeta, non il prefatore).